Il piccolo miracolo economico della musica dal vivo italiana: compri strumenti per migliaia di euro, studi per anni, provi per ore, carichi la macchina, attraversi mezza regione, torni a casa alle tre del mattino e alla fine sei felice perché hai “guadagnato” 80/100 euro.
Live
Parliamo di musica.
Ma soprattutto parliamo di soldi, perché sulla musica siamo tutti bravissimi a parlare di passione, emozione, cultura, sacrificio, palco, energia e pubblico. Quando invece compare una calcolatrice sul tavolo, improvvisamente l’atmosfera si fa meno poetica…e si comincia a respirare una “leggerissima” tensione nell’aria. Chissà come mai.
Sono stato musicista “live” per trent’anni. Ho suonato, studiato, comprato strumenti, venduto strumenti per comprarne altri, fatto prove, montato, smontato, aspettato soundcheck, aspettato gestori, aspettato altri musicisti, caricato automobili e guidato di notte. Ho lavorato da professionista, da amatore, con professionisti e con amatori. Ho fatto dischi, ho fatto festival, ho partecipato, vinto e perso concorsi…
Quindi conosco perfettamente il mondo, il mood, il mercato, la gente…il meccanismo mentale. Lo conosco come le mie cazzo di tasche e, signori, sono tasche con dei buchi enormi. Ed è proprio per questo che oggi voglio fare una cosa abbastanza antipatica: trattare il musicista come se fosse un’impresa. Perché, non ci crederai amico musico, ma lo sei…anche se lavori nel 98% dei casi in nero…ma di questo ne parliamo poi.
Niente poesia per qualche minuto…lo so è dura, tu sei un artista. Ma devi campare, e lo stai facendo male amico. Molto male.
Vediamo quanto costa produrre una serata.
E soprattutto vediamo quanto rimane dei famosi 70, 80 o 90 euro che ancora oggi rappresentano, nel circuito normale di club, pub e piccoli eventi, un compenso tutt’altro che raro per un musicista. Raro…mi faccio tenerezza da solo a volte. Non parlo, volutamente, del mondo dei matrimoni e feste private perché, lo sappiamo, è un mondo a sé. Un mondo fatto di gente che conosce gente, che conosce altra gente, dove i prezzi sono gonfiati (in realtà sarebbero la normalità) e dove il pagamento DEVE essere rigorosamente in nero.
Comunque, dicevamo, vediamo quanto effettivamente costa produrre e portare a casa una serata. Spoiler: potrebbe venir fuori che non sei pagato poco. Potrebbe (e lo farà) venir fuori che stai pagando per lavorare.
Prima però c’è qualcosa che non torna
Secondo il Rapporto SIAE 2024 (ultimi dati pubblici e consultabili), in Italia sono stati realizzati 65.515 concerti, con 29 milioni di spettatori e una spesa complessiva del pubblico di 989,3 milioni di euro. Cazzo!!! Quasi un miliardo di euro!
La spesa media per spettatore è stata di 34,13 euro e, considerando tutto lo spettacolo italiano, i concerti rappresentano appena il 2% degli eventi ma producono circa il 25% della spesa complessiva.
La musica dal vivo, insomma, non è morta, anzi…È uno dei motori economici dello spettacolo italiano.
Naturalmente dentro quei numeri convivono Vasco Rossi, i grandi festival, i palazzetti, il jazz, la classica e realtà infinitamente più piccole. Sarebbe intellettualmente disonesto prendere il miliardo della SIAE e dividerlo per i bassisti dei pub. Sì, sì..anche i battersti…ma lo sapete meglio di me: nei cazzo di pub NON VI VOGLIONO!
Intervallo…
Gestore: “Ehi, ok! Facciamo la serata, vi prendo!”
Componente della band: “Grande, grazie! Il batterista dove possiamo metterlo?”
Gestore: “ah…avete il batterista…ma non riuscite a fare qualcosa in acustico?”
Componente della band: “ma noi facciamo thrash metal”
Gestore: “eh, allora fottetevi…”
Fine intervallo…
Ma il dato serve a mettere sul tavolo una contraddizione interessante.
Il pubblico spende e non poco, gli eventi grandissimi sono stracolmi e fatti di merda. Il settore genera denaro e gli eventi esistono. La domanda esiste, eppure alla base della piramide una quantità enorme di musicisti continua a lavorare per cifre che, sottoposte a una banalissima contabilità aziendale, fanno ribrezzo.
Prendiamo quindi un musicista normalissimo. Non una star eh. Uno di noi, uno come me, come te, come quelli che suonano con noi…insomma, quella caterva di musicisti che “ci rubano il lavoro”.
Producer in studio
Non il DJ da qualche migliaio di follower che ha costruito un proprio valore commerciale…e che comunque fa ancora scappar da ridere.
Non il cantante famoso o famosino…no! Un chitarrista, un bassista, un batterista, un tastierista. Uno bravo. Professionale. Affidabile. Uno di quelli che quando lo chiami arriva preparato, con il materiale giusto e possibilmente senza rompere i coglioni. Sì, sono rari, ma facciamo finta che esistano dai!
Compenso della serata? Facciamo 80 euro. “Eh no, ma te sei fuori, non esiste, ma che cazzo dici! Io per 80 euro non mi sposto nemmeno!” Dai su, poggia la fiaschetta e vieni qui che sei tra amici…ecco, vieni…bravo cucciolo. Buono, buono…
Il musicista da 80 euro
Ottanta euro sembrano pochi…ma spesso non teli danno. Zio, non fare il fenomeno…la media sta anche sotto, ma io voglio essere generoso. Molto generoso. Comunque, in realtà il problema è che non sono 80 euro.
Sono il fatturato lordo prodotto da una piccolissima attività economica. Fatturato!? Ma guarda che io…si lo sappiamo…ma fai finta di fare le cose per bene. Seguimi.
Dicevo che stiamo parlando di fatturato lordo prodotto da una piccolissima attività economica. Questa distinzione è fondamentale, ed è la nostra base di partenza.
Se io vendo un prodotto a 80 euro e per produrlo ne spendo 60, non ho guadagnato 80 euro. Ho incassato 80 euro. Ne ho guadagnati 20. Benvenuti nella matematica delle elementari.
Curiosamente, questa banalissima regola dell’economia domestica e non, sembra smettere di esistere appena qualcuno mette una chitarra in macchina o appoggia nel sedile davanti il prezioso rullante dw collector da 1400 euro.
Il musicista, tendenzialmente dice: “Stasera ho preso 80 euro.” No amico mio…stasera hai incassato 80 euro. Ma lo sa, lo sa benissimo. È solo vittima di un meccanismo cognitivo piuttosto potente: il motivated reasoning, il ragionamento motivato. In sostanza, i conti li conosci, ma li sistemi mentalmente in modo che la conclusione continui a piacerti.». Si, sono anche psicologo. 🙂
Adesso vediamo quanto hai guadagnato. Davvero. Ehi, dove vai, vieni qui…non scappare, non farà male.
Facciamoci un favore: il locale è sotto casa
Partiamo dalla situazione più assurda e favorevole possibile, la migliore che possa capitare.
- Niente macchina.
- Niente benzina.
- Niente autostrada.
- Niente parcheggio.
- Niente albergo.
- Niente trasferta.
Il locale è praticamente sotto casa e ci vai a piedi con lo strumento. Sei magicamente nel paradiso logistico del musicista. Quanto tempo richiede realmente quella performance?
Mettiamo una preparazione individuale modesta: un’ora e mezza! Sei un professionista, sai già tutto…sei un fenomeno. Quindi, altro elenchino veloce veloce:
- Una prova con gli altri: due ore e mezza.
- Preparazione del materiale: mezz’ora.
- Spostamento complessivo: mezz’ora.
- Montaggio e setup: mezz’ora.
- Soundcheck: mezz’ora.
- Un’ora fra soundcheck e concerto.
- Un’ora e mezza di live.
- Mezz’ora per smontare.
- Mezz’ora complessiva di telefonate, messaggi, accordi, scalette e organizzazione.
Totale? Circa nove ore e mezza di lavoro. Onesto…se non hai lavorato prima. Magari in cantiere.
Possiamo discutere mezz’ora in più o mezz’ora in meno. Possiamo togliere qualcosa. Possiamo avere il repertorio già pronto. Possiamo avere un soundcheck velocissimo. Possiamo avere il cazzo che vuoi, ok!
Facciamo pure otto ore, ottanta euro diviso otto ore: 10 euro l’ora. Fantastico!
Peccato che non abbiamo ancora tolto un singolo euro di costo. Ma come? Ci sono dei costi? Ma io ho comprato la chitarra 25 anni fa e ho le corde del 2017. E poi niente spese per muovermi. Qui c’è del guadagno! Vabbè…
Perché gli strumenti, purtroppo, non crescono sugli alberi
Prendiamo un chitarrista. Ma perché un chitarrista? Perché sono anche un cazzo di chitarrista, ok!? Oh, grazie! 🙂
- Chitarra principale: 1.500 euro.
- Seconda chitarra: 1.000.
- Amplificatore: 1.000.
- Pedaliera e pedali: 800.
- Cavi, alimentatori, wireless, accordatore, supporti, custodie e piccoli accessori: qualche altra centinaia di euro.
- Arrivare a 5.000 euro di capitale strumentale è facilissimo.
E siamo stati buoni. Ma buoni buoni eh…
Un tastierista può presentarsi con migliaia di euro di tastiere, computer, interfacce e controller, synth vintage, pianole degli anni 70 e chi più ne ha più ne metta.
E un batterista!? Ma ne vogliamo veramente parlare!? La batteria, piatti, hardware, pelli, bacchette e manutenzione….ma è pur vero che i batteristi, nei locali, non li vogliono.
Un bassista ha bassi, ampli, cabinet, effetti. Poi ci sono computer, software, plugin, cuffie, monitor, sistemi in-ear, microfoni.
E poi ci sono i più odiati dai musicisti: i famigerati DJ che mettono le chiavette e “schiacciano” 2 bottoni! Ma sempre soldi spendono, ma faremo un discorso a parte in altra sede.
Quella roba si compra, e poi si rompe e poi si sostituisce, e poi si consuma e poi diventa obsoleta.
Insomma, non è proprio una passeggiata a 23 gradi nel prato fresco, senza pericoli. Ci sono decine di cacche di cane, disseminate in una enorme area…con l’erba alta. E tu sei a piedi nudi.
Una muta di corde costa. Una pelle costa. Le bacchette costano. Una valvola dell’amplificatore costa. Persino il maledetto cavo che qualcuno riesce immancabilmente a calpestare costa!
Un’impresa chiamerebbe tutto questo capitale produttivo e lo ammortizzerebbe. O almeno ci proverebbe.
Il musicista spesso lo chiama: “Vabbè, tanto la chitarra ce l’ho già.” Serio!? Magnifico sistema contabile.
Potremmo applicarlo anche alle aziende di trasporto. Il camion non costa niente perché ormai ce l’hanno. Ma che cazzo di discorso è!?
E prima del palco bisogna imparare a suonare
Poi c’è un altro piccolo dettaglio: per fare il musicista bisogna saper suonare…un po’ come per fare il camionista che devi prendere la patente e fare pratica…un bel po’.
E generalmente non si impara giovedì pomeriggio per il concerto di venerdì. Dietro a quel musicista ci possono essere dieci, venti, trent’anni di studio e:
- Lezioni.
- Conservatorio magari.
- Corsi.
- Libri.
- Masterclass.
- Ore e ore passate sullo strumento.
- Migliaia di ore.
E qui non voglio nemmeno provare a monetizzarle tutte, perché arriveremmo a cifre a dir poco grottesche.
Consideriamo soltanto ciò che un qualsiasi imprenditore considererebbe normale: la formazione professionale continua ha un costo. Pronti, ecco il nostro amato elenco:
- Ci sono le prove.
- La sala prove costa.
- Il tempo costa.
- Arrivarci costa.
E soprattutto esiste una cosa che nel nostro meraviglioso mondo musicale viene spesso dimenticata: non tutte le ore di studio e di prova generano una serata. Anzi.
Puoi preparare dieci pezzi e suonarne cinque, o puoi fare quattro prove per una data.
Puoi preparare un progetto che farà tre concerti e poi morirà gloriosamente in una chat WhatsApp nella quale nessuno risponderà più. Io non ho WhatsApp, parto avvantaggiato.
Comunque, anche quello è costo di produzione!
Ma torniamo ai nostri 80 euro…quando va fatte bene.
Avevamo il caso più favorevole del pianeta, e facciamo uno schema facile facile:
- Locale sotto casa.
- Nove ore circa di lavoro complessivo.
- 80 euro di compenso.
- Mettiamo appena 15 euro come quota individuale della sala prove.
- Cinque euro simbolici fra consumabili e manutenzione.
- Cinque euro di ammortamento dell’attrezzatura.
- Sono cifre volutamente “ridicole”.
- 80 – 25 = 55 euro.
Se abbiamo lavorato nove ore, il risultato è presto fatto: ben 6,11 euro l’ora! Beh, un vero affare.
E ancora non abbiamo conteggiato fiscalità, previdenza, eventuale cooperativa, amministrazione, promozione, formazione, acquisto degli strumenti, assicurazioni e tutta l’infrastruttura necessaria per poter continuare a essere musicisti. Veri. No, se ti fai pagare in nero non sei un musicista, e su questo non si discute. Un cazzo di commercialista non è un commercialista se lo fa esclusivamente in nero, converrete con me? Un imbianchino che lavora solo in nero (si lo so…state buoni), è un improvvisato e basta. Diciamocelo, non abbiamo paura di dirlo.
A proposito di previdenza: il lavoro nello spettacolo non vive in un universo parallelo. Esiste il Fondo Pensioni Lavoratori dello Spettacolo (ex incubo ENPALS) e per le prestazioni interessate esistono precisi obblighi contributivi; l’INPS indica per la contribuzione pensionistica un’aliquota complessiva del 33%, ripartita fra committente e lavoratore secondo le regole applicabili al rapporto.
Quindi anche l’idea molto folkloristica secondo cui “80 euro sono 80 euro” meriterebbe qualche leggerissima revisione.
Adesso però prendiamo la macchina, o il furgone per i più attrezzati.
Perché, diciamocelo, quante serate sotto casa potrai mai realisticamente fare? Se vuoi suonare cinque volte all’anno, forse riesci a rimanere nel tuo quartiere.
Se vuoi fare cinquanta, ottanta, cento date, devi allargare il territorio, giusto un po’. Ed ecco la meraviglia! La magia, il mondo di Hollywood!
Più provi a trasformare la musica in una professione, più aumentano i costi necessari per esercitarla. Proviamo? Partiamo.
- Facciamo una data a 50 chilometri (che spesso è nella stessa provincia…)
- Cento chilometri fra andata e ritorno.
- Il musicista medio tende a calcolare: “Avrò consumato quindici euro di benzina.” No.
La macchina non consuma soltanto benzina (e con quello che costa, sarebbe meglio andasse a Brunello di Montalcino): consuma pneumatici, tagliandi, freni, assicurazione, bollo, manutenzione e valore residuo. Ogni chilometro avvicina quella macchina al momento in cui dovrai metterci dei soldi oppure sostituirla.
Usiamo un costo chilometrico prudenziale e pacato di 0,35 euro/km…a conti fatti, 100 km = 35 euro. Hai incassato 80…Te ne rimangono 45. Ahia..
Togli una quota minima di strumenti, consumabili e sala prove e sei rapidamente intorno ai 20-25 euro.
Per una giornata che può averti occupato otto, nove, dieci ore…a quel punto non serve più una calcolatrice. Si ok, ti sei fatto dare 100 euro!!! E sti cazzi…
Serve un certo senso dell’umorismo e, naturalmente, tanta passione, due birre offerte e la nostra più amata medaglia: la cazzo di visibilità, per credere di essere stato pagato…La visibilità!
Facciamola a 100 chilometri? Brivido lungo la schiena…
Duecento chilometri complessivi. Il mare, l’agognata data sulla spiaggia. Io stavo a Bologna, per arrivare nella mitica riviera più o meno siamo lì, Rimini, Riccione…wow! La serata sulla spiaggia. Costumi, donne, fiumi di birra, apericose…
Vabbè, ma sempre 0,35 euro/km stiamo…70 euro di automobile. Così, senza colpo ferire. Cachet: 80 euro.
Congratulazioni.
Ti rimangono 10 euro prima di avere pagato tutto il resto.
- Se c’è un’autostrada hai probabilmente già perso soldi.
- Se hai mangiato un panino, hai perso più soldi.
- Se hai rotto una corda, serata memorabile.
- Se il locale ti offre una birra, tecnicamente potremmo iniziare a considerarla una forma di dividendo.
Ed ecco che finalmente arriviamo al punto, quello vero, quello che fa male sul serio. Quello che non riusciamo proprio ad accettare.
Non sei sottopagato. Sei in perdita. Sei fottutamente in perdita, sempre.
Si, non sei sottopagato, ci stai mettendo dei soldi tuoi (o dei tuoi genitori) che prendi da un altro lavoro. C’è una differenza giganorme tra essere sottopagato e rimetterci.
Essere sottopagato significa produrre un valore di 300 e riceverne 150. Stai facendo Ironman, ma ti considerano uno stagista nell’azienda elettrica del paese. All’inizio, forse, ci può anche stare.
Auto piena…faccia gioiosa. 100 kg fa. 🙂
Essere in perdita significa spendere 100 per riceverne 80. Cioè, se tu dai ad un tuo cliente 100 euro, e lui te ne da 80 indietro…ti conviene, piuttosto che andare a suonare. Capisci il paradosso?
Nel secondo caso non stai lavorando per poco. Stai finanziando il tuo cliente, ed è come se fossi un socio che non guadagna. Ci sta, per carità…se il locale è il tuo e se lo fai per i primi due anni affinché avvii la tua impresa.
ma per un locale dove, con buona probabilità verrai trattato pure male? Gli stai mettendo a disposizione anni di esperienza, strumenti, automobile, tempo, competenza e performance e, in determinate condizioni, aggiungi persino una piccola sovvenzione personale perché l’operazione possa avvenire.
Detta così suona folle. Perché economicamente lo è.
“Eh, ma a me piace suonare”
Eccoci. La frase definitiva.Quella che chiude qualsiasi discussione.
Lo so. Lo so perfettamente, cazzo! Conosco quella sensazione perché l’ho fatto per quasi trent’anni. TRENTA! Non ci ho rimesso così tanto, ma sicuramente qualcosa ci ho rimesso…
Conosco l’attesa prima di salire sul palco, il rumore del locale, il primo pezzo, il momento in cui la band gira bene, lo sguardo con gli altri musicisti quando succede qualcosa che non era previsto, la sensazione fisica della musica che funziona.
So perché lo fai. Ed è proprio per questo che posso permettermi di essere terribilmente sgradevole. Uno stronzo.
Spoiler: no, non è dignitoso.
Non è dignitoso che una competenza costruita in quindici venti o trent’anni venga economicamente valutata meno di una cena per due. Non è dignitoso investire migliaia di euro in attrezzatura per produrre un servizio che non ripaga nemmeno il costo necessario a produrlo.
E soprattutto non diventa dignitoso soltanto perché ci piace! Mi piace viaggiare…questo non significa che un’agenzia possa mandarmi a Tokyo a lavorare gratis perché, in fondo, Tokyo è bellissima.
Mi piace fotografare.: questo non significa che una società possa chiedermi una produzione fotografica professionale dicendomi che almeno passo una bella giornata con la macchina fotografica o che avrò grande visibilità.
La passione è la ragione per cui hai scelto quel mestiere, non è la valuta con cui il cliente può pagartelo.
Prima provocazione: perché lo fai?
Qui la domanda diventa personale, non generica. Perché dipende da come ognuno di noi affronta la vita. Perché lo fai?
Non perché suoni, lo sappiamo il perché suoni, il perché dipingi, il perché scrivi e anche il perché fai calcetto anche se hai 65 anni. Quello che dobbiamo chiederci, davvero, è perché accetti di farlo a quelle condizioni?
Credi realmente che faccia bene a te? E soprattutto: credi realmente che faccia bene alla musica? Perché ogni volta che un musicista accetta una prestazione professionale strutturalmente in perdita manda al mercato un’informazione netta e precisa: questo servizio può essere acquistato a questo prezzo.
GZERO – inizi anni 2000
Il gestore non è necessariamente un mostro, sta facendo il suo mestiere. E lo fa pure bene! Se trova quattro musicisti bravi disponibili a 80 euro, perché dovrebbe spontaneamente offrirne 200? Fanculo! Se domani ne trova altri quattro disponibili a 60, il mercato gli sta comunicando qualcosa, e quel qualcosa va bene esclusivamente ad una parte.
Non è piacevole, è antipatico, non vorresti sentirtelo dire, ti stai dicendo che “per me è diverso, perché io…” e bla bla bla, ma funziona così. E la parte più dolorosa è che il musicista professionista non compete soltanto con altri professionisti.
Compete con persone bravissime che hanno un’altra fonte di reddito.
Il vero finanziatore della musica live: il lavoro del lunedì mattina
Ed eccoci al fenomeno forse più interessante e osceno al contempo; una percentuale enorme di musicisti fa un altro lavoro! Eh già. Non sto parlando necessariamente dell’insegnante di musica, del fonico o dell’arrangiatore, magari! Sarebbe sempre nell’ambito, un po’ come un droghiere che non vende solo formaggi, ma anche altri beni. Certo, ha tante cose, ma il suo core business è vedere prodotti al dettagli. Dicevo, non parlo di persone che, comunque, orbitano intorno al mondo della musica, parlo del musicista che dal lunedì al venerdì fa proprio un altro mestiere. O meglio il suo mestiere.
- Impiegato.
- Informatico.
- Commerciante.
- Tecnico.
- Operaio.
- Professionista.
- Dipendente pubblico.
- Qualunque cosa.
Quell’altro lavoro paga tutto…ma tutto tutto. Solo per citare alcune voci di spesa:
- Il mutuo o l’affitto
- Paga la macchina.
- Paga la spesa.
- Paga le vacanze.
- Paga gli imprevisti.
- E, molto spesso, paga anche la musica.
Ecco il cortocircuito! Il musicista pensa: “Posso suonare, anzi, ci guadagno anche! In fondo il mio lavoro mi permette di continuare a suonare.” Verissimo. Ma osservata dal punto di vista economico, la frase può essere riscritta così: “Utilizzo il reddito prodotto da un’attività redditizia per finanziare un’attività che non riesce a sostenersi autonomamente.” Sembra scritto da ChatGPT? Forse…ma rende l’idea no? La diciamo in modo più semplice? Ok: se dovessi campare di musica sarei un cazzo di morto di fame. Fine della storia.
Ehi, attenzione, non c’è nulla di male se la chiami hobby, anzi! Dignità e consapevolezza che vanno a braccetto. Diventa un problema quando continuiamo a chiamarla professione e pretendiamo contemporaneamente che quel mercato produca professionisti. Non è così.
Un mercato “drogato” dalla passione
Questa è probabilmente la caratteristica economica più devastante della musica: in quasi tutti i settori, se produrre qualcosa costa 150 euro e il mercato te ne offre 80, prima o poi smetti di produrlo, oppure aumenti il prezzo e riduci i costi. Oppure, se vedi che qui proprio non funziona, cambi mercato.
Nella musica esiste invece una quinta magica possibilità: continui a produrlo in perdita perché ami farlo.
Ed è bellissimo dal punto di vista umano. È devastante dal punto di vista economico…ma non solo economico, diciamocelo. I musicisti sono una categoria facilmente ansiosa, con grandi momenti di sconforto e picchi di depressione stagionali non indifferenti.
Perché crea un’offerta potenzialmente enorme di persone disposte a lavorare a un prezzo che non deve garantire loro la sopravvivenza. La sopravvivenza è finanziata puntualmente da qualcos’altro; ed ecco perché il professionista che vorrebbe vivere di musica si trova in una situazione a dir poco surreale.
Non compete soltanto con qualcuno più bravo, o con qualcuno più famoso…no! Compete con qualcuno che può permettersi di lavorare in perdita. Ed à proprio che qui nasce il vero disastro della musica dei club.
Proviamo a immaginare lo stesso modello nell’edilizia.
“Rifaccio il bagno a 300 euro perché tanto durante la settimana lavoro in banca e mi piace molto posare le piastrelle.” Dopo sei mesi possiamo andare a chiedere agli idraulici come stanno.
Quanto dovrebbe costare davvero una serata?
Ehi ehi ehi…state calmi, un attimo, una alla volta…
Non esiste naturalmente una cifra “universale”. Una serata a Bologna non è una serata a Roma, e un repertorio pronto non è un progetto da preparare. Così come un club non è un matrimonio.
Dobbiamo fare i conti con diversi approcci, solo per citarne alcuni:
- Un musicista solo non è una band.
- Un Dj non è la band di Glenn Miller
- Un club non è un matrimonio.
- Un evento aziendale non è un pub.
Ma possiamo almeno costruire un ordine di grandezza, diciamo un conteggio approssimativo e di massima, giusto per non parlare solo di “filosofia”.
Prendiamo una data normale fuori città, data normale, qualcosa di standard. Quindi niente scenografie, palchi, e chissà quali fuochi d’artificio.
- Preparazione e studio: 2 ore.
- Prova: 3 ore.
- Preparazione e carico: 1 ora.
- Viaggio: 2 ore e mezza.
- Setup e soundcheck: circa 2 ore.
- Attesa: 1-2 ore.
- Concerto: un’ora e mezza.
- Smontaggio e carico: circa 45 minuti.
- Organizzazione e amministrazione: mezz’ora.
È facilissimo arrivare a 13-15 ore complessive legate alla produzione di quella serata. Attribuiamo al lavoro un valore medio persino modesto, differenziando studio, viaggio, attesa e performance.
- Arriviamo facilmente a 300-350 euro di lavoro professionale.
- Aggiungiamo automobile.
- Aggiungiamo strumenti.
- Aggiungiamo sala prove.
- Aggiungiamo consumabili.
- Aggiungiamo la quota annuale dell’infrastruttura professionale.
- Aggiungiamo amministrazione e contribuzione.
Un prezzo economicamente sostenibile di 400, 500 o 600 euro per musicista in determinate trasferte smette improvvisamente di sembrare folle.
Il problema è che il mercato dei piccoli club può non essere in grado di pagarlo…o meglio, non lo farà mai! Benissimo.
Ma questo non modifica il costo…cioè, non è che se tu non puoi permetterti la casa da un milione di euro, allora te la facciamo pagare 80k. Capisci?
Se produrre una Ferrari costa 200.000 euro e io posso permettermi di pagarne 25.000, Ferrari non ha improvvisamente scoperto un nuovo listino. Semplicemente io non posso comprare quella Ferrari.D’You Know What I Mean?
Seconda provocazione: smettiamo di chiamarlo cachet
Se prendi 80 euro e ne spendi 60 per produrre la serata, il tuo cachet non è 80 euro, il tuo fatturato è 80 euro e il tuo margine è 20.
Se ne spendi 90, hai perso 10 euro, e siamo arrivati alla resa dei conti. Le parole sono importanti perché modificano il modo in cui percepiamo le cose.
“Ho preso 80 euro per suonare” suona quasi accettabile…quasi. “Ho impegnato nove ore, utilizzato 5.000 euro di attrezzatura e sostenuto 65 euro di costi per ottenere 80 euro di ricavi” suona leggermente diverso.
Eppure stiamo descrivendo la stessa serata. La stessa identica fottuta squallida serata. La differenza è che nella seconda frase abbiamo acceso la luce e ci siamo attaccati alla macchina della verità dopo aver preso una massiccia dose di Pentotal.
“Ma se chiediamo 300 euro non suona più nessuno”
Assolutamente possibile! Anzi, capiterebbe sicuramente…in moltissimi locali probabilmente è vero. E sarebbe la vera svolta cazzo!
Ed è esattamente qui che la discussione diventa interessante, perché la soluzione non può essere semplicemente: “Da domani tutti chiedano 300 euro.”
Ma come? Perché no!? Lo hai appena detto tu…allora dici minchiate! No, aspetta che ti spiego. Non funzionerebbe.
- Esistono locali piccoli.
- Esistono margini ridotti.
- Esistono serate con trenta persone.
- Esistono territori dove la domanda è limitata.
- Esistono progetti che non muovono pubblico.
- Esistono musicisti intercambiabili.
- Esistono anche musicisti che, diciamocelo, non valgono 300 euro per il mercato.
Il punto, quindi, non è stabilire per decreto quanto debba guadagnare un musicista, non lo so e nemmeno esiste una cifra universale; Il punto è smettere di raccontarci che 80 euro rappresentino necessariamente un guadagno.
Da lì possiamo iniziare una discussione adulta, seria. Quanti “forse” accompagnano questa posizione…molti:
- Forse bisogna cambiare formato.
- Forse bisogna suonare meno e meglio.
- Forse bisogna costruire eventi invece di riempire serate.
- Forse bisogna condividere maggiormente il rischio e il risultato economico.
- Forse alcuni locali non possono permettersi musica dal vivo professionale tutte le settimane.
- Forse alcuni progetti musicali non hanno ancora un valore commerciale sufficiente.
- Forse quello che dico è una minchiata (ma questo è meno probabile).
Tutto discutibile.
Ma almeno partiamo dai numeri veri.
Terza provocazione: anche tu stai costruendo il prezzo di domani
Qui arriva la parte più scomoda. Ancora più scomoda. Perché è facilissimo prendersela con i gestori, che non lo so? Quante volte…anzi, è lo sport nazionale dei musicisti, dopo aver scaricato in modo illegale dei plugin.
Ah, ed è altrettanto facile prendersela con il pubblico ovviamente. Ma questo sistema malato, maledetto e fuori controllo è stato costruito da tutti.
Pubblico, musicisti e gestori vanno educati. Sì. E tutto parte da ognuno di noi.
Il pubblico deve tornare a percepire che una performance musicale ha un valore vero; il gestore deve capire che quattro persone sul palco non sono quattro tizi comparsi magicamente alle 21:30 con degli strumenti già pagati dall’universo e che si nutrono di arte, benevolenza e visibilità.
Però, amico mio, anche il musicista deve imparare a considerarsi un professionista prima di pretendere che siano gli altri a farlo.
E questo significa anche imparare a dire no cazzo. “Vieni al locale a suonare in un angolo senza trattamento acustico, assicurandomi di portare 50 persone, dove dovrai pensare a tutto tu e dove, magari, molti ti romperanno i coglioni per fare Urlando contro il cielo per 80 euro?” No cazzo. NO!!
“Ma quindi devo dire sempre di no?”
- Non sempre.
- Non per principio.
- Non con arroganza.
Ma almeno quando una data non copre nemmeno ciò che costa farla sì, sei autorizzato a dire no. E l’universo ti ringrazierà. Perché esiste una differenza non così sottile fra:
“Questa serata mi interessa artisticamente e scelgo consapevolmente di farla anche senza guadagnarci.”
e:
“Questo è il normale compenso del mio lavoro.”
La prima è una scelta. La seconda costruisce il mercato.
E allora perché continuiamo?
Eh bella domanda del cazzo…
Continuiamo perché è meraviglioso! Ecco dove sta la maledetta fregatura. Ed è qui che sia il nostro ego che il gestore del locale se ne approfitta. Perché salire sul palco può ancora essere una delle esperienze più belle che esistano; perché quando una band gira davvero bene succede qualcosa che non si può mettere in Excel.
Perché ci sono serate che ricorderai vent’anni dopo e lavori molto più redditizi dei quali non ricorderai nemmeno il nome del cliente. Ed è perfettamente legittimo decidere che una cosa abbia un valore per noi anche se economicamente non conviene; ma proprio perché amo abbastanza la musica da conoscerne il valore, non riesco più ad accettare il ragionamento secondo cui la passione debba automaticamente abbassarne il prezzo. O, ancora peggio, la passione debba pagare la differenza tra spesa e guadagno quando questa operazione da segno negativo.
Dovrebbe essere quasi il contrario: hai studiato, investito e passato migliaia di ore a diventare bravo perché ti piaceva. E alla fine proprio quella passione dovrebbe essere utilizzata come argomento per spiegarti perché tutto questo vale 80 euro? Quanto meno curioso, non trovi?
La prossima volta fai questo conto
La prossima volta che qualcuno ti propone una serata a 80/100 euro (o addirittura a meno), non dire subito sì e non dire subito no.
Apri una nota sul telefono, o un taccuino o prendi un pezzo di carta.
A questo punto scrivi: Compenso.
Poi: chilometri, pedaggi, eventuale parcheggio., eventuale pasto, sala prove, consumabili, quota strumenti, ore di preparazione e ancora
- ore di prova.
- ore di viaggio.
- ore sul posto.
- ore di performance.
- ore di rientro.
Sottrai i costi dal compenso, poi dividi quello che rimane per tutte le ore che quella serata ha realmente richiesto.
Guarda il numero.
Potrebbe essere 8 euro l’ora, potrebbe essere 5, potrebbe essere 2.
Potrebbe esserci davanti un bel segno meno. Rosso…
A quel punto fatti una domanda.
Perché lo sto facendo?
Se la risposta è: “Perché stasera voglio suonare con queste persone, in questo posto, e mi rende felice”, perfetto. Se diventa una abitudine…qualcosa non va, e questo già lo sai.
Comunque, hai fatto una scelta consapevole.
Se invece la risposta è: “Perché questo è il mio lavoro”, forse abbiamo un problema.
La musica non deve essere salvata. Deve smettere di essere sovvenzionata da chi la fa.
Forse il punto è tutto qui. Per decenni abbiamo raccontato che bisogna sostenere la musica, sostenere i locali, sostenere la cultura, sostenere gli artisti; poi, molto spesso, alla fine della catena quello che sostiene economicamente tutto è proprio il musicista con:
- il suo tempo.
- la sua macchina.
- i suoi strumenti.
- il reddito del suo vero lavoro.
- la sua disponibilità ad accettare condizioni che nessuna microimpresa razionale accetterebbe.
E continuerà probabilmente a farlo, perché la musica possiede una caratteristica meravigliosamente affascinante e terribile: la gente è disposta a perdere soldi pur di poterla fare.
Lo capisco perfettamente…l’ho fatto anch’io, per un botto di tempo, ma forse è arrivato il momento di smettere almeno di chiamare tutto questo “cachet”.
- A volte è un compenso.
- A volte è un rimborso paro paro
- A volte è un hobby pagato…malissimo. Perché autofinanziato-
E qualche volta, a conti fatti, il paradosso è che quel compenso è il biglietto che il musicista compra per avere il privilegio di salire sul palco. E sentire pure male.
Solo che il pubblico non lo sa, il gestore magari non lo sa e, molto spesso, non lo sa nemmeno il musicista. Forse.
Finché qualcuno non tira fuori una calcolatrice.