Una delle domande che mi sono sempre posto – e che si pongono in tanti – è la seguente: ma con tutta questa tecnologia a disposizione, lavoriamo davvero meno? Bhe sì…ma con un paio di però belli grandi.
L’argomento che affronto è forte perché mette in discussione un’idea apparentemente ovvia: se la tecnologia permette di fare più cose in meno tempo, dovremmo lavorare meno ed essere meno stressati. I dati, però, suggeriscono una dinamica più complessa.
Detta in modo brutale, e in estrema sintesi, lavoriamo mediamente meno ore rispetto alla prima parte del Novecento, ma ogni ora contiene più attività, più decisioni, più comunicazioni e più aspettative. La tecnologia, quindi, ha sì ridotto il tempo necessario per svolgere un compito, ma non ha automaticamente ridotto il numero dei compiti richiesti.
Domanda più che lecita, e che mi sono auto-posto anche da solo: “Si ok, può starci, ma quali sono i contesti? Il dove, il quando…insomma, dovrai dire di più no?” Vero. Diciamo che mi sono concentrato sui paesi sviluppati (o apparentemente tali), dalla prima fase della Guerra fredda a oggi. Almeno in prima battuta.
Ma facciamo un’analisi un pochino più “approfondita” e cerchiamo di capire dove si pone la realtà.
1. Le ore di lavoro sono realmente diminuite
Sul lungo periodo la diminuzione è piuttosto netta. Nei paesi industrializzati, le ore annuali lavorate per occupato sono scese considerevolmente rispetto alla metà del Novecento e ancora di più rispetto alla fine dell’Ottocento. La riduzione è stata particolarmente evidente nell’Europa occidentale; negli Stati Uniti è stata più contenuta e si è stabilizzata prima.
Il fenomeno deriva da diversi fattori, solo per citarne alcuni:
- settimana lavorativa più corta;
- aumento delle ferie;
- crescita del lavoro part-time;
- maggiore presenza di donne nel mercato del lavoro;
- riduzione delle ore in alcuni settori industriali;
- legislazione e contrattazione collettiva;
- maggiore produttività per ora lavorata.
Serve però una certa cautela metodologica e una osservazione a largo spettro. L’indicatore OECD (o indicatore OCSE) misura le ore totali effettivamente lavorate divise per il numero medio degli occupati e comprende sia lavoratori full-time sia part-time. È molto utile per osservare l’evoluzione di un paese, ma diciamo che diventa meno affidabile per confrontare direttamente il livello assoluto tra paesi, perché i metodi statistici nazionali possono differire, e anche di parecchio.
In altre parole: il lavoratore medio europeo lavora meno ore annuali rispetto al lavoratore degli anni Cinquanta o Sessanta. Su questo punto l’andamento generale diventa difficilmente contestabile. Ma abbiamo il però di prima…
2. Meno ore non significa automaticamente meno lavoro percepito
Il problema è che il numero di ore registra la durata, non la densità, e questo parametro – la densità di lavoro – è una di quelle unità di misura molto complesse da misurare. Un lavoratore può passare otto ore sul posto di lavoro, ma dentro quelle otto ore possono esserci:
- un numero di telefonate estremamente elevato, che toglie continuità e concentrazione;
- un numero spropositato di messaggi;
- una infinità di call e riunioni inutili e interminabili;
- decine di scadenze una dietro l’altra;
- molti più interlocutori da gestire, anche internazionali;
- maggiore controllo delle prestazioni;
- meno tempi morti (che non significa che non ci siano…);
- più cambi di contesto;
- richieste di risposta quasi immediata. Oggi il real time è quasi un dogma.
Il tempo di esecuzione di molti compiti si è ridotto, ma questo non si è tradotto necessariamente in tempo libero. Anzi, paradossalmente ha prodotto un aumento del numero di compiti assegnati da chiudere in tempi più brevi. Concentriamo in 8 ore, quello che andrebbe fatto in 14.
L’esempio più semplice è la corrispondenza. Una lettera commerciale richiedeva ragionamento, e poi scrittura, spedizione e alcuni giorni di attesa. L’email richiede pochi secondi, ma proprio per questo rende possibile inviare e ricevere decine o centinaia di comunicazioni al giorno. L’efficienza del singolo atto aumenta; contemporaneamente cresce il volume complessivo di quegli atti. Questa è probabilmente la chiave più importante:
La tecnologia tende a eliminare i tempi morti, ma i tempi morti erano anche tempi di recupero.
3. Lo stress lavorativo sembra essere aumentato, ma non in modo uniforme
Qui succede qualcosa che, sempre più spesso, capita quando abbiamo a che fare con dati e confronti eterogenei: i dati sono meno lineari rispetto alle ore lavorate.
Non disponiamo di una serie internazionale omogenea sullo “stress lavorativo” che parta dagli anni Cinquanta. Il concetto stesso di stress è stato misurato in modi diversi nel tempo e la maggiore consapevolezza contemporanea può aumentare sia la rilevazione sia la disponibilità a dichiararlo…e chiarirlo.
Le serie comparabili migliori iniziano soprattutto dagli anni Novanta. L’European Working Conditions Survey, per esempio, rileva sistematicamente le condizioni di lavoro europee dal 1991.
Un’analisi dei dati europei dal 1995 al 2015 ha rilevato un aumento generale dello stress da lavoro, determinato soprattutto dalla crescita delle richieste psicologiche. L’aumento maggiore si sarebbe verificato tra il 1995 e il 2005, mentre i lavoratori meno qualificati avrebbero registrato livelli mediamente più elevati di job strain (forte condizione di stress psicofisico che nasce sul posto di lavoro quando si incontrano richieste lavorative molto alte) e squilibrio tra sforzo e ricompensa. Già, spesso per lo sforzo che affrontiamo non ci sentiamo adeguatamente ricompensati. Se non ti suona come una grande novità, ora sai di non essere solo.
I dati europei mostrano inoltre una crescita del lavoro ad alta velocità: nel 1990 il 19% dei lavoratori dell’allora Europa a dodici dichiarava di lavorare a velocità molto elevata sempre o quasi sempre; nel 2005 il valore comparabile era arrivato al 26%. Una crescita importate in soli 10 anni. Nel 2015 circa un terzo dei lavoratori europei dichiarava di lavorare contemporaneamente ad alta velocità e con scadenze strette; il 22% lavorava nel proprio tempo libero per soddisfare le richieste professionali almeno più volte al mese. Non abbiamo dati certi, ma pare che anche oggi le cose stiano andando verso questa direzione: e-mail durante le vacanze, telefonate nei weekend, chiusura di attività ben oltre le ore pattuite dal contratto di lavoro.
I dati più recenti dell’indagine europea del 2024 continuano a mostrare livelli significativi: circa il 34% riferisce di lavorare sotto pressione di scadenze per almeno tre quarti del tempo e circa il 35% di lavorare ad alta velocità con la stessa frequenza!
Possiamo dire quindi che “oggi tutti sono più stressati”? Probabilmente non sarebbe l’affermazione corretta. Forse possiamo dire, più seriamente che:
Dagli anni Novanta esistono evidenze di una crescita di alcune componenti dello stress lavorativo, soprattutto pressione temporale, richieste psicologiche e intensità, ma l’evoluzione varia molto per paese, settore, qualifica e grado di autonomia.
4. Ore e stress sono collegati, ma non coincidono
Lavorare molto a lungo aumenta certamente alcuni rischi. WHO (World Health Organization) e ILO (International Labour Organization) stimarono che nel 2016 l’esposizione abituale ad almeno 55 ore settimanali fosse associata a circa 745.000 morti per ictus e cardiopatia ischemica nel mondo! Il rischio riguarda soprattutto esposizioni lunghe e protratte nel tempo. Effettivamente, sono numeri che fanno riflettere…ma lo stress non dipende soltanto dal numero di ore, e non esclusivamente dal numero di ore di lavoro. Due persone che lavorano entrambe 38 ore possono vivere condizioni molto diverse. Ma da cosa dipende? Da molteplici fattori, che possono diventare anche molto importanti, ma possiamo dire che le variabili “decisive” sono spesso:
- quantità e imprevedibilità delle richieste;
- autonomia nel decidere come lavorare;
- stabilità economica;
- chiarezza dei ruoli;
- frequenza delle interruzioni;
- qualità dei rapporti con clienti e colleghi;
- controllo digitale;
- riconoscimento economico e professionale;
- possibilità reale di recuperare;
- lavoro emotivo;
- conflitto tra lavoro e vita personale;
- emotività personale.
I modelli classici di stress lavorativo insistono proprio sull’interazione tra domande elevate e basso controllo, o tra sforzo richiesto e ricompensa ricevuta. Possiamo affermare che, in buona sostanza, non tanto è quindi semplicemente (o almeno solo) l’ora in più a produrre stress: conta ciò che accade dentro quell’ora, quanto è intensa e quanto controllo possiede il lavoratore nel gestire le mansioni all’interno della stessa. L’OECD rileva, per esempio, che circa il 40% dei lavoratori esposti a un ambiente professionale sfavorevole afferma che il lavoro incide negativamente sulla salute, contro circa il 15% tra chi opera in un buon ambiente lavorativo. Si lo so, letta così sembra una banalità, e in effetti lo è, ma questo non significa che non sia effetto reale sui lavoratori interessati dall’indagine.
5. Il vero effetto della tecnologia: più capacità, più aspettative
L’avanzata tecnologica, e l’utilizzo di strumenti che permettono l’automazione di molte mansioni, sono elementi che possiamo annoverare tra le più affascinanti risposte al modo di lavorare…ma dobbiamo cercare di fare una analisi un po’ più profonda. La tecnologia, infatti, ha prodotto almeno quattro trasformazioni.
A) Compressione temporale
Operazioni che richiedevano ore o giorni possono essere completate in pochi minuti. Tuttavia, le aspettative si adattano rapidamente alla nuova velocità: se un preventivo può essere prodotto in un’ora, presto si comincerà a considerare normale riceverlo in un’ora…e no, non è normale.
Il vantaggio tecnologico diventa così il nuovo livello minimo atteso. Basti pensare alle abitudini ai quali i grandi player ci hanno ammaestrato: film con un click, consegna di prodotti entro il giorno dopo, commenti da una foto (spesso brutta) immediata.
B) Moltiplicazione dei compiti
La tecnologia raramente elimina soltanto attività. Spesso crea nuove possibilità:
- nuovi canali;
- nuove analisi;
- nuove forme di controllo;
- nuove comunicazioni;
- nuovi servizi;
- nuove varianti dello stesso prodotto.
L’organizzazione non si limita a ottenere lo stesso risultato in meno tempo. Usa il tempo liberato per produrre altri risultati, altri lavori, altre sfide. L’uomo non è chiamato a lavorare meno, è chiamato a risolvere più problemi in meno tempo…è una differenza molto importante.
C) Eliminazione delle pause naturali
Attese, trasferimenti, archiviazione manuale, spedizioni e tempi tecnici producevano inefficienza, ma anche discontinuità e, perché no, riposo. Con gli strumenti digitali molti processi diventano continui, costanti, always on. La giornata passa da una sequenza di attività separate a un flusso quasi permanente di notifiche, aggiornamenti e micro-decisioni. Questo costante flussi, a lungo andare, è il vero carburante che alimento il motore del logorio, fisico e mentale.
D) Estensione del lavoro oltre il luogo di lavoro
Computer portatili, smartphone, cloud e piattaforme collaborative permettono maggiore autonomia spaziale, ma rendono possibile lavorare ovunque e in qualsiasi momento…già, in qualsiasi maledetto momento. Il telelavoro può ridurre spostamenti e offrire flessibilità, ma può anche produrre orari irregolari, disturbi del sonno e difficoltà di separazione tra tempo professionale e personale. Soprattutto nei lavoratori autonomi, ma non solo, il lavoro è parte integrante della vita privata e viceversa. Ricordate la mitica frase che pronuncia Il professore e primario di mezza età Raniero Cotti Borroni (Carlo Verdone) mentre si incammina con la sposa Fosca, verso l’altare, nel film Viaggi di Nozze? “Non mi disturba affatto…mi dica“…ecco.
Non è quindi la tecnologia in sé a determinare il risultato. Eurofound (Fondazione europea per il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro) sottolinea che gli effetti della digitalizzazione dipendono molto dalle decisioni organizzative di ogni azienda e, perché no, di ogni lavoratore aggiungo io: coinvolgimento dei lavoratori, modalità di implementazione, autonomia e progettazione dei processi possono migliorare oppure peggiorare la qualità del lavoro.
Una periodizzazione efficace
Per evitare di fare un trattato di 500 pagine, ma cercando comunque di dare una certa struttura, ho deciso di dividere il periodo analizzato in cinque fasi distinte.
1945–1973: tecnologia industriale e riduzione dell’orario
È la fase della crescita fordista, quella di Henry Ford per intenderci: quella dell’automazione industriale, dell’espansione dei salari e della contrattazione. La produttività aumenta e una parte dei benefici viene trasformata in salari, ferie, welfare e riduzione dell’orario. Il lavoro resta spesso fisicamente pesante, gerarchico e ripetitivo. La separazione tra tempo lavorativo e tempo privato è però relativamente netta.
1973–1990: crisi, ristrutturazione e flessibilità
Le crisi petrolifere, la concorrenza internazionale e la trasformazione industriale portano ristrutturazioni, disoccupazione e maggiore insicurezza. L’informatica entra progressivamente negli uffici e nelle fabbriche. Diminuiscono alcune attività manuali, ma aumentano velocità, standardizzazione e controllo.
1990–2007: computer, email e globalizzazione
È probabilmente il passaggio decisivo per la tua tesi. Lavorare diventa più veloce, connesso e globale. Aumentano le attività cognitive, le comunicazioni e la necessità di aggiornamento. Proprio tra il 1995 e il 2005 si concentra gran parte dell’aumento delle richieste psicologiche rilevato dalle indagini europee.
2008–2019: smartphone, piattaforme e disponibilità permanente
La crisi finanziaria aumenta l’insicurezza. Lo smartphone completa la dissoluzione del confine spaziale e temporale del lavoro. La disponibilità non è sempre formalmente richiesta, ma diventa spesso implicitamente attesa. Il lavoro può occupare poco tempo in termini di azione concreta, ma molto tempo in termini di attenzione mentale.
2020–oggi: lavoro ibrido, automazione e intelligenza artificiale
La pandemia di COVID-19 ha accelerato il lavoro remoto. Il risultato è ambivalente: meno spostamenti e maggiore autonomia per alcuni; isolamento, sovrapposizione dei ruoli e orari dilatati per altri. Con l’intelligenza artificiale ricompare la stessa domanda storica: il tempo risparmiato diventerà tempo libero oppure verrà trasformato in nuove aspettative di produzione? Le prime analisi sui sistemi AI al lavoro indicano potenziali benefici, ma anche rischi psicosociali legati a carico cognitivo, controllo algoritmico, trasformazione dei ruoli e incertezza professionale.
La conclusione…per ora provvisoria
Non ci sono certezze e non possiamo dire con assoluta sicurezza che ci sia una verità incontrovertibile, ma possiamo dire che la lettura più solida, allo stato dei dati, è sostanzialmente questa:
1. La quantità media di tempo lavorato è diminuita. Soprattutto in Europa occidentale, lavoriamo mediamente meno ore annuali rispetto alla prima parte della Guerra fredda.
2. Il calo è rallentato. Dopo le grandi riduzioni del dopoguerra, in molti paesi la discesa si è attenuata o stabilizzata.
3. Il lavoro è diventato più produttivo e meno fisico, ma spesso più denso. Ogni ora permette di effettuare più operazioni, gestire più informazioni e interagire con più soggetti.
4. Lo stress non segue automaticamente le ore. Può aumentare anche quando l’orario diminuisce, se aumentano intensità, controllo, precarietà, interruzioni o pressione delle scadenze.
5. La tecnologia non distribuisce spontaneamente il tempo risparmiato. La distribuzione dipende dall’organizzazione del lavoro, dalla contrattazione, dalla cultura aziendale e dal potere negoziale.
Cosa possiamo dire in conclusione?
Non abbiamo usato la tecnologia soltanto per lavorare meno. L’abbiamo usata soprattutto per poter fare di più nello stesso tempo…e questo non sempre risulta positivo.
Il risultato storico non è una semplice riduzione o crescita del lavoro. È una trasformazione: meno ore, mediamente; più densità, più connessione e maggiore difficoltà a smettere di lavorare mentalmente.