Fede e Fiducia – L’inizio della fine dell’incantesimo
Fiducia e fede…che grande differenza! C’è un momento, nella vita di chi è sempre stato “quello che tiene insieme tutto”, in cui il filo si spezza. Non perché qualcuno lo tagli, ma perché, all’improvviso, ti accorgi che da anni sei tu a tenerlo teso, a reggere il peso del sistema, a impedire che le cose cadano. È un gesto che hai compiuto mille volte senza pensarci, per abitudine, per senso del dovere, per paura che, se non lo avessi fatto, qualcosa o qualcuno si sarebbe perso per strada.
Per anni ho confuso la mia dedizione con la mia identità. Credevo che la mia capacità di risolvere, di anticipare, di esserci sempre – di essere sempre sul pezzo come si dice – fosse una qualità, un dono, la dimostrazione concreta del mio valore. In realtà era un incantesimo. Ogni guasto, ogni silenzio, ogni pausa diventavano per me un’anomalia da correggere, un segnale di pericolo che richiedeva un mio intervento immediato. E io, come sempre, intervenivo: chiamavo, sollecitavo, risolvevo, aggiustavo. Pensavo fosse efficienza, ma in realtà era controllo, anzi, perdita di controllo. Perché più cercavo di sistemare tutto intorno a me, più mi perdevo dentro.
Dietro quell’operosità continua si nascondeva una paura che, oggi, riesco a vedere con chiarezza: la paura che gli altri potessero decidere senza di me, che il mondo potesse funzionare anche in mia assenza. E attenzione, spoilerone…è esattamente quello che succede. Così correvo, cercavo di esserci sempre, di tenere insieme i pezzi, di essere quello che “sveglia”, quello che si accorge, quello che muove. Io sono il fornitore che sveglia il cliente…sono l’amico che “ehi, allora come va?” Sono il musicista che…”Perché non finiamo quello che abbiamo iniziato, vi va?” Ma non era vanità…era bisogno di esistere. Perché finché servivo (o credevo di servire), finché risolvevo, finché qualcuno mi chiamava per chiedere aiuto, sentivo di avere un ruolo. C’ero. Ero Spiderman…
La fede che ti consuma
La fede è cieca, assoluta, senza condizioni è un atto di abbandono, quasi sacro, ma quando la fede non è spirituale, ma relazionale, emotiva o professionale, diventa un veleno…dolce. Ti convince che dare tutto basti, che la dedizione incondizionata verrà ricambiata, che la presenza costante verrà riconosciuta. Ma non è così. tutt’altro! La fede negli altri — nelle persone, nelle istituzioni, nei progetti — se non è bilanciata dal rispetto per sé stessi, ti svuota, ti consuma piano piano, senza che tu te ne accorga. Ti trasforma in una figura di servizio, in un elemento silenzioso – non sempre tra l’altro – ma disponibile, in una voce che si spegne ogni volta che nessuno ascolta. Nessuno ringrazia chi si annulla, perché chi si annulla, semplicemente, scompare. E comunque, quando sei troppo presente…puoi anche risultare un rompiscatole, uno pesante. “Eddai, va bene, abbiamo capito, adesso lasciaci in pace”.
La fiducia che ti ricostruisce
La fiducia, invece, è un patto. È la versione adulta della fede, quella che non rinnega l’apertura, ma la dosa con la consapevolezza. È la fede che ha imparato a chiedere garanzie, non per diffidenza, ma per equilibrio, per salvarsi. La banca, quando ti concede un mutuo, crede in te ma pretende garanzie. Il datore di lavoro ti offre fiducia, ma solo dopo un periodo di prova, un CV, e almeno due colloqui. Eppure, nella vita, quante volte abbiamo concesso credito illimitato a chiunque, senza una verifica, senza un limite, senza una tutela? Quante volte abbiamo scambiato l’apertura per bontà, la disponibilità per forza, la presenza per amore?
La fiducia non è freddezza, è lucidità poderat. È un “sì” consapevole, non un abbandono cieco; la scelta di credere con misura, di dire “mi fido, ma non a costo di me stesso”. È il momento in cui la fede smette di essere cieca e inizia a vedere, finalmente, i propri confini.
Il passaggio
Questo novembre è, per me, un mese simbolico. Il mese della chiusura. Non della fine, anzi…di un nuovo inizio. Del vero riequilibrio. Non dell’abbandono, ma del ritorno. Ho smesso di essere quello che sveglia gli altri: ora voglio essere quello che si è svegliato. Io non devo mandare tre mail se la prima non riceve risposta; non rincorrerò la gratitudine dove non c’è, non mi consumerò per mantenere in vita rapporti o progetti che respirano solo grazie al mio fiato, o al mio macchinario per la respirazione assistita. Da oggi non mi interessa più avere fede negli altri: mi interessa avere fiducia in me stesso. Piena.
Il (mio) Manifesto – La fine dell’incantesimo
Non è un addio.
È una disattivazione controllata.
Per anni ho creduto che il mio valore fosse nella mia utilità.
Che l’allerta costante fosse sinonimo di responsabilità.
Che il silenzio fosse una minaccia da colmare, e l’inazione un fallimento.
Oggi so che non era controllo, era prigionia.
Era fede: cieca, totale, incondizionata negli altri.
Da adesso, quella fede diventa fiducia.
E la fiducia si concede solo a fronte di garanzie. Vere.
Non ci sarà più Anuar che sveglia, ma Anuar che si sveglia.
Nemmeno Anuar che aiuta, ma Anuar che si aiuta.
Non con rabbia, ma con un egoismo sano, lucido, meritato.
Le risposte che non arrivano non saranno più un vuoto da colmare.
Saranno semplicemente silenzi che non mi riguardano. Ma che dicono più di mille urla
Alla mancanza di rispetto, non seguirà spiegazione.
Solo educata distanza. E poi distacco.
Non avrò più rispetto reverenziale per nessuno, né fede cieca in strutture, marchi, persone o ruoli.
Solo fiducia per chi dimostra, presenza per chi merita, tempo per chi lo onora.
Da oggi il mio parametro cambia: niente più urgenze, niente più salvataggi, niente più “ci penso io”.
La mia energia va dove serve, non dove manca. E la mia attenzione torna a casa.
Perché la verità è semplice: non serviva che svegliassi gli altri, serviva che mi svegliassi io.