Da quando possiamo condividere ogni notizia, abbiamo perso completamente il controllo. Siamo subissati da informazioni false e invenzioni…ci siamo rivelati dei boccaloni senza speranza. Ma la parte più divertente della storia è rappresentata da quelli che credono di NON cascarci…

Tutto può essere condiviso, qualunque stupidaggine, di qualsiasi natura, un solo denominatore comune: nessuna ricerca. Non proviamo a documentarci da nessuna parte, non cerchiamo un briciolo di fondamento, una fonte credibile. Nulla. Se avessimo per la ricerca la stessa smania che abbiamo per la condivisione, avremmo le newsfeed, i giornali e i blog praticamente vuoti.

Può capitare a chiunque. In un mondo che va costantemente alla velocità della luce, non abbiamo certo il tempo di verificare la notizia, le fonti, la credibilità. Ci affidiamo al nostro istinto, magari a chi prima di noi ha divulgato una determinata informazione: se lo riteniamo credibile, se è un nostro amico o conoscente per il quale nutriamo un certo livello di stima, ecco che magicamente diventa la nostra agenzia stampa del momento. E tutto questo si riflette in una reazione a catena che, nel giro di brevissimo tempo, coinvolge centinaia di migliaia di utenti web.

Sento spesso parlare di piccoli paesi dove tutti sanno tutto, luoghi dove la mentalità è rimasta quella di un tempo, dove la comare poteva sputtanarti senza sapere nulla di te, della tua vita, delle tue abitudini. Conosco tante persone che vengono da piccole realtà e che mi riportano sempre la stessa sensazione di pettegolezzo, “sai il paese è piccolo…la gente mormora”.

Mi chiedo cosa ci sia di diverso ora con le piattaforme digitali. Dal punto di vista umano abbiamo solamente allargato i confini di quel piccolo paese. Abbiamo accorciato le distanze da una finestra ad un altra. Ieri erano le finestre, oggi sono i monitor dei computer e degli smartphone. Ci si nascondeva dietro le tende, oggi dietro una tastiera. Le cose non sono cambiate molto.

Ieri si diceva che quella era una poco di buono, “quella!? E’ una puttana…lascia stare, si è fatta mezzo paese!” Al di là del fatto che la maggior parte di noi maschi apparteneva puntualmente all’altra metà di quel paese, abbiamo cambiato il mezzo, ma il fine è rimasto identico, sputtanare, mentire o, più drammaticamente, dire cose non vere, falsificare. Sembra che le “fake news” siano una tendenza degli ultimi anni, ma così non è. Noi siamo i maggiori produttori di fake news, fin dalla prima elementare.

“Come è andata oggi?”
“Bene!”
“Cosa avete fatto?”
“Niente!”

Siamo cresciuti a pane e balle. Abbiamo creato le scuse più fantasiose per non farci interrogare, per non dire ai genitori della nota, della “fuga”, del quattro e mezzo. Anche semplicemente omettendo di raccontare un accaduto. Nella testa di un bambino (e non solo) vige una sola regola: “se non lo racconto sembrerà che non sia mai accaduto”.

Molti di noi credono di essere immuni dalle fake news; molti di noi – me compreso – affrontano la notizia inventata con una certa spocchia, pronti a puntare il dito su quelli che, ingenuamente, hanno fatto l’errore di rendere pubblica la loro “purezza”. Nessuno di noi, però, si rende conto del fatto che siamo boccaloni tanto quanto loro.

felicità

In casa crediamo che nessuno ci tradisca, crediamo che i nostri figli siano vittime di insegnanti ingiusti e poco attenti; al lavoro dobbiamo credere al capo, ai sindacati, ai conti. Crediamo…vogliamo credere. Questo è il grande inganno.

Noi vogliamo credere. Dobbiamo credere che sia tutto diverso. No, non migliore, diverso.

La realtà ce la vogliamo costruire come ci pare, vogliamo dare il nostro contributo, non può essere tutto così, come ci viene detto, come appare; dobbiamo farcirlo del nostro pensiero (poco) critico.

Anche questo è, in qualche modo, un segnale di insicurezza e fragilità. Siamo esseri fattivi, ma anche riflessivi e, in buona sostanza, cazzari. 🙂

Keypoint: in fondo, non siamo poi così male.

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