Una veloce e (non) esaustiva analisi critica e riflessione profonda sul presunto studio MIT che mette in dubbio l’efficacia cognitiva dell’uso prolungato di ChatGPT.
Negli ultimi mesi ha cominciato a circolare, in modo insistente e quasi virale, la notizia di uno studio condotto dal MIT secondo il quale l’utilizzo regolare e prolungato di ChatGPT provocherebbe un calo significativo delle prestazioni cognitive.
1. Presunto studio MIT sull’impatto cognitivo dell’AI: numeri inquietanti, mancanza di evidenza
Il presunto studio del MIT ha suscitato scalpore: oltre l’80% degli utenti non riuscirebbe a ricordare ciò che aveva scritto pochi minuti prima, la connettività cerebrale sarebbe calata del 47%, e il coinvolgimento mentale resterebbe basso anche dopo l’abbandono dell’AI. Tuttavia, nonostante la narrazione sia diffusa online, non esistono ancora pubblicazioni scientifiche ufficiali né evidenze verificabili. Non si tratta dei numeri che contano, quindi: è la sensazione culturale che interroga il senso dell’intelligenza “delegata”.
Il cuore della narrazione si concentra su tre dati: l’83,3% degli utenti non sarebbe in grado di ricordare nemmeno una frase scritta con l’assistenza dell’AI pochi minuti prima; il cosiddetto livello di “connettività cerebrale” (termine volutamente vago ma di sicuro impatto) sarebbe crollato del 47%; e, fatto ancor più interessante, anche nelle sessioni successive — quando l’AI non veniva più utilizzata — la performance mentale degli utenti rimaneva più bassa rispetto al gruppo di controllo. Come dire che, una volta utilizzato lo strumento, il cervello mettesse in folle il ragionamento, “tanto siamo siamo in discesa”…c’è ChatGPT.
A rendere il tutto ancora più inquietante, il giudizio qualitativo su quei testi: ben fatti, formalmente impeccabili, ma privi di vita, anima, intensità. Se questi numeri sembrano colpire l’immaginazione collettiva, è perché toccano un tema che riguarda ciascuno di noi. E poco importa, in fondo, se lo studio non è stato pubblicato né sottoposto a peer review: la sua eco è così potente proprio perché intercetta un’intuizione già diffusa, un dubbio che ci sussurra all’orecchio ogni volta che usiamo un AI per fare prima — e poi ci accorgiamo di non aver capito nulla. O quasi.
2. Che cos’è la delega cognitiva e perché l’AI è diversa
Esternalizzare funzioni mentali è una pratica antica e pluricollaudata: scriviamo per ricordare, usiamo la calcolatrice per fare i conti, navighiamo con GPS, consultiamo l’agenda digitale. Ma l’intelligenza artificiale rappresenta un salto quantico in un contesto moderno: non assiste, ma sostituisce. E questo può spaventare. Genera testi al posto nostro, propone risposte, crea output che non passano più dal nostro pensiero critico, ma dal suo. Da quello di una macchina sicuramente brillante, ma senza esperienza. Un design thinking quasi totalmente digitale…È l’intelligenza come surrogato, non come ausilio, come addittivo: ed è in questa differenza non tanto sottile che nasce il vero dissenso cognitivo. O rifiuto.
Il problema non è la tecnologia, ma il modo in cui la usiamo. Il coltello non deve uccidere, ma può farlo. Siamo di fronte a una nuova e radicale forma di delega cognitiva, ben diversa da quella che l’umanità ha praticato per millenni. Certo, da sempre abbiamo cercato di alleggerire il carico mentale esternalizzando funzioni: la scrittura ha sostituito la memoria orale, il navigatore ha spento il senso dell’orientamento, le agende digitali ci liberano dal ricordo puntuale delle scadenze e non ricordiamo più i numeri di telefono di amici e parenti.
Ma l’AI introduce un cambiamento più profondo. Non si limita a supportare o registrare: inizia a generare al posto nostro, con idee spesso NON nostre. Scrive testi molto lotani dal nostro stile, sintetizza contenuti in modo arbitrario, propone soluzioni spesso discutibili. Ma lo fa così velocemente e così credibilmente, che sembra un miracolo. E noi ci caschiamo. Ed è così facendo, che ci toglie anche il tempo e il diritto al dubbio, alla pausa, alla fatica. Non è più solo un supporto: è un surrogato dell’atto creativo. In cambio ci offre efficienza, comodità, immediatezza. Ma a quale prezzo?
Chiunque lavori con l’AI sa quanto possa essere seducente la sua capacità di “risolvere”. Ma sa anche — se è abbastanza onesto — che quella stessa capacità genera un effetto collaterale insidioso: ci sentiamo meno coinvolti, meno padroni di ciò che abbiamo prodotto. Perché, in fondo, non lo abbiamo prodotto certo noi esseri umani.
3. L’effetto attrito cognitivo: perché serve fatica per pensare davvero
Pensare è un processo faticoso. Richiede tempo, dubbi, tentativi, revisioni…esperienze pregresse. Ed è proprio questa difficoltà che genera comprensione profonda, memorizzazione duratura e originalità. Se l’AI ci solleva da questo attrito, offrendoci risposte immediate, riduce la nostra presenza mentale. Siamo più veloci, ma meno implicati, meno coinvolti in ciò che ci interessa e l’intelligenza che si affina nel tempo — quella che diventa nostra — rischia di affievolirsi.
Quando non sei tu a formulare una frase, è difficile ricordarla. Certo, se hai buona memoria la cosa è più semplice, ma l’uso intenso dell’automazione rischia anche di modificare la nostra percezione mnemonica. Quando non sei tu a costruire un pensiero, è improbabile che tu lo difenda con convinzione. Anche se, dobbiamo ammetterlo, spesso – quasi sempre – l’AI di turno e anche troppo accondiscendente. Il che ci rende decisamente vulnerabili al fascino del “Certo, hai proorpio ragione, il tuo pensiero è lucido e da vero stratega”. La scrittura, come ogni forma di elaborazione mentale, è uno sforzo che plasma. Più ci si espone alla fatica del dire, più si affina la propria identità intellettuale.
L’AI, in questo, rischia di anestetizzare prima la mente e poi la coscienza, riducendo la scrittura a un assemblaggio di output credibili ma non radicati. E questo non vale solo per i professionisti della parola, ma per tutti: studenti, impiegati, consulenti, creativi, progettisti. Chiunque cerchi di spiegare il mondo — o sé stesso — attraverso il linguaggio, ha bisogno di attraversare quel tempo imperfetto e ruvido che è la scrittura vera. Se non lo fai, non sarai mai te stesso.
Alcuni difensori entusiasti dell’intelligenza artificiale replicano che, comunque, essa rende il lavoro più veloce. Ed è vero. Come dargli torto? E per certe cose, ehi, grazie che esisti. Ma questa produttività a tutti i costi è così fondamentale? Melgio produrre tanto mediocremente o poco ma con standard molto alti e, sopratutto più handmade?
4. Velocità vs profondità: quanto vale la produttività?
Il dato presunto è chiaro: +60% di produttività contro –32% di impegno cognitivo. Sembrano numeri da ufficio, da gestione aziendale. Ma se “efficienza” significa produrre più contenuti senza pensarli, ci ritroviamo con pagine perfette ma replicabili, ovvie. In una parola, scontate. Il vero valore del pensiero non è misurabile in output, ma in autenticità e consapevolezza. Se l’AI gestisce la forma, noi rischiamo di perdere la sostanza. Perché sappiamo bene che in ogni ambito la forma è anche sostanza; e se a dare forma ai nostri concetti, che sono nostri, è un agglomerato estremamente efficiente di circuiti e cablaggi bhe, allora il rischio che sembri tutto uguale si alza esponenzialmente.
Gli stessi dati “presunti” dello studio MIT indicano un aumento della produttività del 60%. Il che farebbe gridare ad un sonoro “WOW!”. Ma qui si apre un altro fronte. Siamo davvero sicuri che fare di più in meno tempo sia il parametro giusto con cui misurare il valore di un’attività mentale? La produttività è un concetto industriale, quantitativo. Il pensiero invece è qualitativo. Qualcuno potrebbe dire “sì certo, ma ormai e chissà fra 2 anni, il pensiero dell’AI è già molto molto avanzato. Spesso si confonde con quello umano”. Vero, ma c’è un ma: non lo hai prodotto tu e, anche se non ci si accorgerà della differenza, tu lo sai. Lo sai perfettamente che quella cosa non è stata prodotta dal tuo sforzo, dalle tue competenze, ma da un algoritmo complesso. E questo, a mio parere cambia un bel po’ la prospettiva.
Se otteniamo dieci testi perfetti in una giornata ma non abbiamo davvero pensato a nessuno di essi, non stiamo imparando, stiamo solo replicando, copiando. E se ogni decisione, idea o discorso passa prima attraverso un filtro algoritmico, finiamo per non sapere più quale sia la nostra vera voce. Quella che ci siamo costruiti e continuiamo a costruire finché “morte non ci separi”. Non è più una questione di efficienza: è una questione di identità. E, aggiungo, dignità. Sì, perché fare da se, con l’ausilio certo dell’AI e di tutti gli strumenti a nostra disposizione, è molto dignitoso.
5. Il gruppo “vincente”: usare l’AI dopo aver pensato
Un altro passaggio fondamentale dello studio, spesso ignorato nelle sintesi più affrettate, è il seguente: il gruppo di utenti che ha ottenuto le migliori prestazioni cognitive non era quello che aveva evitato l’AI, ma quello che l’aveva integrata in un secondo momento.
Quindi, l’intuizioni più sottile del presunto studio è che chi ha ottenuto le migliori performance cognitive era chi aveva iniziato senza AI e l’aveva integrata solo in un secondo momento. Proprio come detto prima, l’utilizzo ragionato e consapevole dell’AI e di tutti gli strumenti a nostra disposizione, è un segnale di grande intelligenza personalem. Prima la mente, poi lo strumento. Questa sequenza è cruciale: permette all’AI di affiancare, non sostituire. Di potenziare una base già solida, non di sostituirla. Inoltre, l’AI impara a “conoscerci” e a darci le migliori risposte per noi, e non le migliori risposte in assoluto. Anche questo approccio, tipico dell’utente medio, è da controllare. La maggior parte degli utenti non utilizzano l’AI per avere le migliori risposte e i migliori output per loro e le loro attività, ma ormai è una sfida ad ottnere la migliore risposta in assoluto. Ma se nemmeno i grandi geni di tutti i tempi avevano le risposte certe, perché pretendiamo che ce l’abbia l’AI?
Prima avevano scritto da soli, poi avevano chiesto supporto. Questo dato, se confermato, ci offre una chiave preziosa: non è l’uso dell’AI in sé a impoverire, ma l’uso precoce, impulsivo, immediato. Se si inizia a pensare da soli, se ci si confronta prima con la complessità dell’esprimersi, allora l’AI può diventare uno specchio, un partner, un acceleratore.
6. Intelligenza artificiale e perdita di stile: quando il testo (e le immagini) sembra anonimo
La priliferazione di testi realizzati con l’AI è ormai incontrollata e, spesso, complessa se non impossibile da individuare. Ma, almeno per ora, quella delle immagini e dei video è decisamente più ovvia e, in alcuni casi scontata. Ecco, posso dirlo senza temere di essere tacciato come “antimodernista”: quelle robe lì fanno schifo. 🙂 Pensiero personalissimo e non richiesto, ma ci tenevo a farlo sapere.
Detto questo, torniamo alla nostra analisi. Molti testi generati dall’AI — perfetti nell’ortografia, nell’impaginazione, nella coerenza grammaticale — risultano privi di stile, voce, spessore. Non emergono motivazioni, contesto, vissuto. Sono derivazioni statistiche, trade‑off tra parola e probabilità, non espressioni di pensiero, non un vissuto vero. Ecco perché spesso vengono definiti “robotici”, “senza anima”: non provengono da una coscienza, da una esperienza umana, fatta di carne, sudore, sangue e fatica. In una parola, dalla vita.
Ma se la si interpella prima ancora di provare, se la si usa come stampella permanente, allora il rischio non è solo quello di atrofizzare la mente. È quello di non sapere nemmeno più che la mente ha bisogno di camminare. Ricordi il film WALL•E? E ricordi come si erano ridotti gli esseri umani all’interno della nave spaziale? Ti metto un’immagine così ti torna in mente…e se non hai visto il film, guardalo!

La verità è che non ci salveremo dicendo “basta AI”. Né ci salveremo dicendo “viva l’AI”. Ci salveremo solo se sapremo costruire un rapporto consapevole con lo strumento, un rapporto in cui la velocità non oscuri la profondità, in cui la comodità non cancelli il pensiero, in cui il risultato non diventi più importante del processo.
7. Consapevolezza d’uso: come usare l’AI senza svuotare la mente
La soluzione non è negare l’AI, ma usarla con lucidità…e non solo. Alcune volte provare anche a non usarla. E lo so, questa è tosta.
Non deve essere vista come pilota automatico, ma come assistente dopo aver elaborato da sé. Scrivere da soli (su carta!), pensare da soli (lontano da strumenti digitali), disegnare su un foglio (senza tavolette grafiche) e poi usare l’AI per migliorare, confrontare, correggere. Solo così manteniamo viva la nostra capacità critica, la nostra voce, il nostro sguardo sul mondo. Non è una scelta tecnologica: è una scelta educativa. La mente umana ha bisogno di ostacoli per rafforzarsi. Come i muscoli, cresce solo attraverso lo sforzo. Se delegare è troppo facile, si smette di apprendere. Hai mai fatto fare dei pesi ad un altro per far crescere i tuoi? Ti è mai capitato di far correre il tuo partnere e ritrovarti mezz’ora dopo tutto sudato? Immagino di no…ecco, è uguale!
E se si smette di apprendere, si inizia a obbedire. Si inizia ad essere schiavi dei suggerimenti, delle scorciatoie, dei testi “già pronti”, ai ragionamenti preconfezionati. In un mondo che rischia di essere pieno di frasi perfette ma senza padroni, l’ultima vera libertà sarà quella di pensare con fatica. Ricrdiamo sempre che un popolo ignorante, con la mente atrofizzata prima dalla televisione e dai social, e adesso dall’AI, è un popolo soggiogabile.
Decalogo per non smettere di pensare
Se la mente è come un muscolo, allora ogni automatismo ne indebolisce la fibra e deteriora la sostanza. Ogni risposta pronta sottrae un’occasione di lucida e duratura scoperta. Ogni delega prematura ci priva di un frammento di identità. In un’epoca in cui l’intelligenza artificiale può scrivere, riassumere, analizzare e proporre prima ancora che abbiamo avuto il tempo di formulare una domanda, il vero atto rivoluzionario è scegliere di pensare con fatica, lentamente, da soli. E magari per più di 5 minuti di seguito. Non per orgoglio, ma per sopravvivenza cognitiva.
Questo decalogo non è una ricetta, ma una forma di consapevole autodifesa. Nulla di dogmantico, ma un piccolo manifesto quotidiano per chi non vuole solo produrre contenuti, ma continuare a generare coscienza. Non servono grandi gesti, bastano piccole abitudini — ostinate, lucide, umane.
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Scrivi prima da solo. Anche se il testo è imperfetto, abituati a iniziare con la tua mente. L’AI può arrivare dopo, non prima. SEMPRE DOPO.
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Rileggi e chiediti “lo penso davvero?” Anche con testi generati, resta critico. La coerenza formale non garantisce autenticità. RILEGGI SEMPRE.
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Usa l’AI come specchio, non come stampella. Chiedile alternative, non soluzioni. Confrontati, non obbedire. HAI TU IL CONTROLLO.
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Fermati prima del prompt. Se la tentazione di “chiederlo a ChatGPT” arriva subito, aspetta. Rifletti, abbozza, rischia. CERCA SU GOOGLE…PIUTTOSTO. 🙂
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Allenati al silenzio cognitivo. Spegni tutto e pensa. Carta e penna, senza input. Un atto oggi rivoluzionario. LA SFIDA VERA.
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Studia senza AI almeno una volta al giorno. Leggi, annota, sintetizza a mano. Leggi i libri, le vecchie encicolopedie…Il pensiero ha bisogno di fatica per diventare memoria. SII ANACRONISTICO, ANCHE SE HAI 16 ANNI.
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Rendi il tuo stile riconoscibile. Se tutto ciò che scrivi (o produci in generale) sembra scritto da chiunque, è il momento di tornare a scrivere in modo autentico. SCRIVI TU, SENZA AI.
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Diffida della perfezione. I testi migliori spesso hanno nervi scoperti, rughe, graffi. Sono vivi, non levigati. LA PELLE CON LE RUGHE NON HA PAURA, QUELLA LISCIA NON VUOLE INVECCHIARE.
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Cambia ambiente. Non scrivere sempre davanti allo schermo. Parla ad alta voce, cammina, scarabocchia: il corpo pensa. USA IL CORPO, USATI.
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Difendi la tua lentezza. La fretta è il linguaggio delle macchine. Tu puoi rallentare. E in quel rallentare, ricordarti chi sei e cosa vuoi davvero. TU SEI IL CAPITANO.
🧭 In chiusura: una domande da portare con sè
Non importa se il MIT abbia davvero condotto lo studio, non ci interessa.
Ciò che conta è il sospetto che pone e che cresce: l’intelligenza artificiale può farci più veloci, ma ci rende meno presenti.
E nel momento in cui smettiamo di esercitare la fatica del pensiero, smettiamo anche di sapere chi siamo. Tu sei in grado di dire “no, faccio io”?
Non è una crociata contro l’AI. Anzi…sono un tecnico, e ci vivo con e per la tecnologia. È una richiesta importante: restiamo presenti. Restiamo vivi nel processo, non solo nel risultato. Perché se la mente si spegne — in nome della comodità, della fretta, della delega — non ci sarà algoritmo capace di restituirci ciò che abbiamo smesso di voler essere.