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#95. IL TALENTO NELLA POESIA. IL WAKA GIAPPONESE

Nei secoli passati, quelli dei samurai e delle grandi leggende, gli abitanti del Giappone decisero – in modo del tutto arbitrario – che il suono della loro lingua fosse più armoniosa e pregna di significato se pronunciata a gruppi di cinque o sette sillabe. Così nacque la poesia giapponese, waka. All’inizio la struttura di queste poesie era molto variegata, con alcune poesie davvero lunghe: decine e decine di versi che si susseguivano in modo instancabile…pian piano, la struttura 5-7-5-7-7 divenne lo standard di quasi tutti i componimenti. 

Durante il periodo di corte Heian, che va dal VII al XII secolo, comporre waka era un aspetto fondamentale per le relazioni sociali, in particolare per le questioni amorose. I due amati si scambiavano struggenti poemi per dichiararsi, accettarsi e dirsi quanto si mancavano. Ma non era tutto così semplice. Sia gli uomini che le donne venivano giudicati per il loro carattere e intelligenza proprio nel comporre versi. Se facessimo un parallelismo con i nostri giorni ci sarebbe da esclamare “come sono cambiati i tempi!” Ora che scriviamo a monosillabi e con strani simboli che risultano più elementari dei geroglifici nell’antico Egitto. Ma tant’è. 

Questo modo di cercarsi e di “amarsi” è ben descritto nel romanzo “La storia di Genji” di Shikibu Murasaki. Le nobili dame di corte conducevano vite quasi monastiche, chiuse nei palazzi e nelle residenze circondate da dame di compagnia, e i pretendenti potevano vederle solo di sfuggita, di nascosto, dietro un muro o un cancello. La loro bellezza veniva data per scontata in base alla reputazione e alle “voci” di corte. 

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Per poter corteggiare una ragazza, un uomo doveva inviare un poema ben composto che dichiarasse il suo desiderio di conoscere la nobildonna. Questa, a sua volta, rispondeva con un altro poema in modo positivo o negativo e tutto si basava sulla scrittura e nulla di più: niente foto, niente video in diretta, niente profilo. Solo il waka. Nel caso di mancato interesse da parte della donna, la risposta sarebbe arrivata da una delle sue ancelle se, invece, l’uomo riusciva a fare breccia nel cuore e nella mente della dama, allora rispondeva di suo pugno, su carta elegante e con i migliori versi.


“Su questa montagna autunnale,
turbinio di foglie gialle
solo per un momento
smettete di sparpagliarvi
poiché desidero vedere la casa della mia amata”


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La corrispondenza continua e, dopo essersi “conosciuti meglio” attraverso lo scambio di poemi, e aver raccolto sufficienti elementi dalle dame di compagnia sulla fama del pretendente, la fanciulla invitava il suo cavalier scrivente nelle segrete stanze per passare insieme una notte di passione. Dopo l’incontro pieno di amore e coinvolgimento era importante che l’uomo lasciasse la residenza della dama entro prima dell’alba. Se si fosse trattenuto oltre il sorgere del sole sarebbe stata una brutta gaffe: era tradizione che l’uomo fuggisse attraverso i fitti boschi, scomparendo tra le fitte nebbie del mattino. 

A questo punto restava solo un’ultima cosa da fare, farsi sentire. Eh sì, perché quello che oggi è uno spauracchio, “non mi chiama” o “di sicuro non chiamo io“, a quei tempi era invece il coronamento, l’apice dell’amore e, quindi, della poesia. L’uomo doveva comporre un’altra poesia, chiamata kinugino no uta (la poesia del mattino seguente) che doveva risultare adeguatamente affettuosa e carica di voglia di rivedersi. Era un vero e proprio ringraziamento ed encomio alla bellezza – e non solo – dell’amata. inoltre esprimeva struggente tristezza per il precoce distacco. 

Keypoint: chissà se ci piacerebbe ancora tornare a scriversi poesie…

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